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La storia del nostro territorio

Nel cuore dell’Appennino Tosco-Romagnolo

Capoluogo della

Riserva Naturale Alpe della Luna

Il piccolo borgo di Badia Tedalda sorge in terra toscana al crocevia di tre regioni: Umbria, Romagna e Marche, lungo il tracciato dell’antica Via Romea percorsa nei secoli da monaci, viandanti e pellegrini. Badia Tedalda, oltre a conservare il suo fascino storico e religioso, è anche capoluogo della Riserva Naturale Alpe della Luna, culla di una natura incantevole, tra boschi di faggi, specchi d’acqua e paesaggi mozzafiato, ma anche scenario della Linea Gotica durante la Seconda Guerra Mondiale.

Badia Tedalda Comune Visione Aerea

Cenni storici

Le origini di Badia Tedalda si fanno risalire all’epoca romana, quando inizia a rappresentare un punto di sosta per i viaggiatori che transitano lungo la Ariminensis, strada di collegamento tra Arezzo e Rimini. È però nel corso dell’Alto Medioevo che il territorio comincia ad essere gestito in modo sempre più preciso dal nucleo abitato di Badia Tedalda; risale infatti a quest’epoca la nascita del monastero benedettino di San Michele Arcangelo, i cui monaci avevano come principale occupazione lo sfruttamento delle grandi foreste di Viamaggio e dell’Alpe della Luna. D’ora in avanti – e per diversi secoli successivi – le sorti della comunità locale saranno strettamente intrecciate a quelle del monastero. 

A partire dalla seconda metà del XIII secolo, l’Abate Tedalgrado, approfittando della debolezza della Massa Trabaria, diede vita ad una vera e propria signoria territoriale in tutta la Valmarecchia, con centro Badia Tedalda. E’ un primato, questo, che dura per oltre due secoli: purtroppo nei primi anni del XV secolo l’Abbazia comincia a perdere tali privilegi, ma quando Papa Leone X la offre in commenda all’Ospedale di S. Maria Novella di Firenze, ritorna agli antichi splendori. Va in questa direzione, fra l’altro, la ricostruzione della chiesa abbaziale, risalente all’XI secolo

Terracotte Invetriate Badia Tedalda Pala Altare Centrale Chiesa San Michele

Le Robbiane

Le terrecotte invetriate di Badia Tedalda 

Le terrecotte robbiane costituiscono la prova tangibile degli stretti rapporti politici, culturali e commerciali che dalla fine del ‘400 e nel corso della prima metà del ‘500 legavano Badia Tedalda a Firenze, con forte influenza del Rinascimento fiorentino; rapporti instaurati e rafforzati grazie alla personalità dell’Abate Leonardo Buonafede, il quale ricevette l’Abbazia di San Michele Arcangelo in commenda da papa Leone X nel 1512. Personalità di spicco negli ambienti religiosi e culturali, il Buonafede accrebbe il patrimonio artistico in ogni istituzione da lui diretta e, dunque, fece immediatamente restaurare la Chiesa di Badia Tedalda dotandola di preziosi arredi sacri, quali le Robbiane commissionate a Benedetto e Santi Buglioni, ultimi depositari dell’invenzione di Luca della Robbia.

A Badia Tedalda

Ad oggi nella Chiesa di San Michele Arcangelo sono custodite con cura cinque splendide terrecotte invetriate dei fratelli Benedetto e Santi Buglioni, allievi nella bottega di Luca Della Robbia, fortemente volute dal vescovo Leonardo Bonafede: tre ampie pale d’altare, un raffinato ciborio raffigurante candidi angeli e cherubini, e- nel fondo chiesa – due figure staccate ad alto rilievo, raffiguranti la Vergine annunziata e l’Arcangelo Gabriele.
La più importante è la pala d’altare centrale, raffigurante la Madonna col Bambino fra i santi Leonardo, Michele Arcangelo, Benedetto e Girolamo e fu commissionata da Leonardo Buonafede a Benedetto Buglioni nel 1517. Alle estremità della predella sono raffigurati gli stemmi di Leonardo Buonafede, committente della pala: d’oro e con il toro rampante sormontato da una mitra vescovile. La pala si presenta nella tradizionale cromia robbiana: l’invetriatura bianca di tutti i personaggi è associata a quella azzurra e verde degli sfondi paesaggistici e a quella gialla di alcune rifiniture. 
Nell’altare di destra si trova una pala con l’Annunciazione e i Santi Sebastiano, Giuliano e Antonio Abate, nell’altare di sinistra è invece raffigurata la Madonna che dona la cintola a San Tommaso.

A Montebotolino

Nella chiesa di San Tommaso a Montebotolino troviamo un’altra opera Robbiana raffigurante l’Incredulità di San Tommaso. Sulla sinistra della scena principale è rappresentato il Santo, raffigurato nel tipo giovane e sbarbato, che, appena genuflesso tocca con la mano destra la ferita del costato di Cristo; indossa una veste verde, un mantello marrone con fodera blu. Gesù, sulla destra, è raffigurato frontalmente con la mano destra alzata e con la sinistra appoggiata lungo il fianco, che raccoglie alcuni lembi del suo manto. Indossa una veste marrone chiaro e un mantello marrone più scuro con rifiniture verdi. I due personaggi, entrambi posti su uno sfondo azzurro, hanno gli incarnati bianchi; Gesù presenta un’aureola gialla. 

L’ancona è incorniciata da un fregio di cherubini bianchi su fondo blu, anch’essi rifiniti da una cornice ad ovuli. La predella, divisa in cinque scomparti, presenta in quello di centro il Cristo al Sepolcro con la lancia e la canna con spugna, poste sul fondo; in quello di sinistra è raffigurato il San Sebastiano alla colonna in un paesaggio roccioso; in quello di destra, il San Rocco che mostra la ferita della peste. Nelle due formelle laterali vi sono due iscrizioni: in quella di destra, vi è scritto: “Gnonio/Salvadore da M(on)te Botolino/(feci)t fieri”, che indica che il nome del committente; nella formella di destra si legge: “Tempore Don Batista/Danghiari Rectore”, rettore della Chiesa in quel periodo. Le tre predelle centrali, trafugate in passato, sono state fortunosamente ritrovate dal Sig. Franco Parreschi, e poi, dopo il restauro, ricollocate al loro posto. Alcuni studi rilevano come l’ancona di Montebotolino presenti influenze di Benedetto Buglioni e come la qualità dell’opera, sia inferiore a quella con lo stesso soggetto, eseguita da Giovanni Della Robbia a Rifredi. Un’indagine più recente riconduce la terracotta a Santi Buglioni mettendo in evidenza come la cornice di cherubini sia eseguita alla maniera di Benedetto; l’esuberanza formale delle figure nell’articolazione dei gesti, nella complessità dei panneggi, nella forte caratterizzazione fisionomica e nella gamma cromatica, si accordano ai modi adottati da Santi nel fregio dell’Ospedale del Ceppo di Pistoia.

A Fresciano

Infine, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Fresciano custodisce la terracotta raffigurante Gesù che consegna le chiavi del Paradiso a San Pietro

All’interno di una cornice con fregio di cherubini bianchi su fondo azzurro, è inserita la scena principale che descrive la consegna delle Chiavi a San Pietro da parte di Gesù. I due personaggi sono posti su uno sfondo azzurro nel quale, in alto, sono raffigurate delle nubi. Gesù è realizzato di profilo con barba, folta capigliatura ed aureola; tiene la mano destra alzata mentre l’altra raccoglie alcuni lembi del mantello. Indossa una veste marrone con risvolti gialli. San Pietro è raffigurato in ginocchio mentre tiene al petto la chiave d’oro del Paradiso. Anch’egli è realizzato con barba ed indossa una tunica azzurra e un mantello giallo foderato di verde. La predella presenta cinque scomparti: quello centrale manca del tutto; quello di sinistra rappresenta Cristo al Sepolcro e quello di destra, molto sciupato, potrebbe rappresentare San Rocco come nella predella dell’opera della Chiesa di San Tommaso a Montebotolino. Alcune considerazioni suggeriscono che il Cristo al Sepolcro doveva essere collocato al centro, la formella di destra rappresenterebbe San Paolo con la spada, mentre non viene identificata l’iconografia della porzione di sinistra in quanto perduta. Le due formelle laterali presentano delle iscrizioni, delle quali si legge solo quella di sinistra, realizzata in una targa con smerli laterali: “Gnonio di/ Salvadore da/Mo(nt)e botolino(o)/ F(ecit) F(ieri)”.

L’opera, collocata all’altare maggiore e protetta da una “coperta di tela lacera”,  fu commissionata intorno al 1530 da Gnonio di Salvatore di Montebotolino, lo stesso personaggio che ordinò l’ancona della chiesa di San Tommaso. Il Gentilini, soffermandosi sull’aspetto stilistico, attribuisce l’ancona di Fresciano a Santi Buglioni per l’esuberanza delle figure che presentano un’articolazione complessa dei gesti e dei panneggi, per una forte caratterizzazione fisionomica e una ricca gamma cromatica vicina al fregio dell’Ospedale del Ceppo di Pistoia, eseguito da Santi tra il 1526 e il 1528. Nonostante questo – rileva sempre il Gentilini – la cornice di cherubini si avvicina molto alla maniera di Benedetto Buglioni.

Transumanza Val Marecchia Montevecchio
Transumanza Badia Tedalda Viamaggio

La Transumanza

Parlando invece di storia recente, la transumanza ha rappresentato per secoli un fenomeno di grande importanza per l’economia del territorio, legata da sempre all’allevamento, allo sfruttamento dei boschi e ad un’agricoltura di sussistenza. Si tratta di una forma di allevamento di bestiame che prevedeva un doppio viaggio annuale di pastori e greggi dall’Appennino alla Maremma e viceversa, a secondo della stagione. Il fenomeno della transumanza ha modellato profondamente tanti aspetti materiali (dagli attrezzi di lavoro ai capi di vestiario, dalle ricette culinarie ai rimedi contro le malattie), quanto linguaggi, mentalità e tradizioni. 

Le vie della transumanza sono uno dei segni più evidenti di questa pratica plurisecolare: da più parti della catena appenninica scendeva a valle una serie di sentieri, di piste, di strade che portavano ai pascoli invernali della Maremma.
E proprio lungo tali itinerari, la transumanza ha lasciato traccia della sua storia, fatta certo in primo luogo di strade, ma anche di molti altri elementi: fonti per l’abbeveramento degli animali, piccole chiese rurali (talvolta solo semplici cappelle), mercati, locande, poderi attrezzati per le soste. Tracce ancora evidenti in resti e manufatti, ma più di tutto nelle espressioni culturali ed artistiche, delle tradizioni, delle produzioni tipiche, delle ricette culinarie offerte dai territori e dalle località che si attraversano ripercorrendo queste antiche vie.

La Via dei Biozzi

La Via dei Biozzi è una direttrice della transumanza, la più orientale, che scende dall’Appennino tosco-romagnolo fino in Maremma. Prende il nome dalla famiglia Biozzi, i più grandi possidenti terrieri e allevatori dell’Alta Val Marecchia: originari di Bagno di Romagna, avevano terre, mandrie e greggi in tutta la zona, ma soprattutto nell’area di Badia Tedalda dove, a Viamaggio, si trovava la loro tenuta più grande. Proprio dalla fattoria di Viamaggio a settembre partivano migliaia di pecore, ma anche bovini e cavalli, per iniziare un viaggio che in dieci giorni li avrebbe portati in Maremma.

L’itinerario che ricalca quell’antico percorso, ad oggi si snoda per circa 230 km lungo una serie di strade e località delle province di Arezzo, Siena e Grosseto.
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Un viaggio alla scoperta della tranquilla vita di paese per le frazioni di Badia Tedalda